Streghe Vol(A)nti(nanti) sui muri di Udine

Violenza di genere: i dati italiani del 2020 sono un susseguirsi di percentuali aggravate dalla solitudine e dalla chiusura sociale. 

Mentre durante il lockdown  a livello nazionale  la violenza di genere in ambito familiare e domestico ha raggiunto nuovi tristi primati numerici, non sono nemmeno mancati gli episodi di stupro o tentata violenza ai danni delle donne a livello locale

Ricordiamo e riportiamo all’attenzione pubblica lo stupro di Capodanno, quello di ferragosto a Lignano, il tentativo di stupro all’ospedale di Udine avvenuto qualche settimana fa ai danni prima, di una donna in attesa di cure al pronto soccorso e poi, di una donna anziana ricoverata in un reparto, il recente episodio di via Cividale a Udine, dove all’inizio di Novembre cinque uomini tentavano di stuprare una donna e venivano fermati da un altro uomo che si trovava casualmente sul luogo.

Paradossale e al tempo stesso emblematica della logica che tiene in vita la cultura dello stupro é la narrativa di quest’ultima vicenda proposta dalla stampa locale, che preferisce mettere in risalto il carattere eroico dell’intervento da parte dell’uomo, il quale accorre a scongiurare l’aggressione, piuttosto che soffermarsi sulla gravità in sé dell’atto di violenza perpetrata ai danni della ragazza.  

Non sarà certo un caso che non ci si dilunghi sull’identita e nazionalità degli aggressori, in quanto evidentemente non strumentale al consueto discorso di criminalizzazione dello “straniero” e perciò non funzionale alle solite politiche razziste che alimentano liberticide politiche securitarie.

La violenza eteropatriarcale non va a colpire solo le persone che si identificano come donne, ma tutte le persone che non rientrano nella divisione binaria dei generi e degli orientamenti sessuali, come le persone lesbiche, trans, queer o qualsiasi altra identità di genere che in questa società viene marginalizzata e soffocata.  

Come é impensabile separare le violenze su persone di colore e/o immigrat* dal contesto politico razzista in cui vengono attuate e subite, così é fondamentale comprendere che ogni atto di violenza sessista, omofoba, transfobica, non fa altro che riaffermare il potere eteropatriarcale e il dominio degli uomini sui corpi delle donne e delle persone lesbiche, trans, queer o qualsiasi altra individualità oppressa perché appartenente ad una categoria diversa dal modello universale maschile eterosessuale. 

Ribadendo che non sentiamo assolutamente il bisogno di farci proteggere da uomini-eroi (con o senza divisa), ma anzi rifiutando completamente questa logica che relega l’aggressione a un fatto quasi di sfondo e che ne pone in secondo piano la matrice sessista, esprimiamo solidarietà verso tutte le vittime di violenza eteropatriarcale, lesbofobica e transfobica. 

La cultura dello stupro colpisce ogni donna, lesbica, persona trans, gay, queer. 

Lo stupro di una donna, di una persona lesbica, trans, gay, queer è un atto di violenza, terrore e limitazione rivolto a tutt*. 

Inchiodiamo gli uomini e le istituzioni alle loro responsabilita’ e identifichiamo in queste ultime le vere fautrici di una violenza strutturale a cui ci opponiamo come soggettivita’ antirazziste, antifasciste e antisessiste.  

Mentre scriviamo questo, probabilmente già non esaustivo, elenco di atti di prevaricazione violenti, apprendiamo di un altro femminicidio in provincia di Pordenone, quasi a sfottò, proprio il giorno contro la violenza maschile sulle donne.

La MERDA FEMMINICIDA L’omicida ci ha pure provato a parlare di black out  e i media non hanno lesinato ad usare queste parole quasi per minimizzare la responsabilità del gesto. E poi…nemmeno 24 ore dopo, l’ennesimo atto di revenge porn ai danni di una donna che non ne vuole sapere più di un uomo e che si ritrova minacciata di essere buttata on line nuda.

BASTA!

Non perdoniamo e non ci lasciamo sottomettere e rivendichiamo
l’autodifesa femminista!

Patriarcato: gioiremo solo quando sarai bruciato!

Streghe vol(A)nti(nanti)

 

 

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UN’UNICA CERTEZZA

2 settimane di mobilitazione a sostegno degli anarchici e delle anarchiche sotto processo.

Oggi assistiamo ad un inasprimento della repressione facilitato dall’emergenza sanitaria COVID-19 e, di conseguenza, ad un attacco a tutte le forme di conflittualità compreso il movimento anarchico.
Centinaia di compagni e compagne sono e saranno a breve processati per diverse operazioni repressive portate avanti dalle Procure: Scripta Manent, Panico, Ritrovo, Bialystok, Lince, Renata, Scintilla, Prometeo, il processo del Brennero, il processo per l’attacco alla sede della Lega di Treviso.
A governare sembrano di fatto Confindustria, la direzione Antiterrorismo e  l’Antimafia, e lo Stato si concentra nel cancellare la pratica dell’azione diretta e persino il pensiero sovversivo.
E allora, collegare le epidemie al saccheggio capitalista del pianeta diventa una premessa di “terrorismo”, così come ogni forma di mobilitazione può diventare un “reato associativo”.
Quando il conflitto assume la forza della rivolta – come è successo a marzo nelle carceri – la risposta dello Stato ricorda i tempi di Dalla Chiesa: irruzioni armate di guardie e carabinieri, pestaggi sistematici e una vera e propria strage con la morte di 15 prigionieri.

L’Amministrazione Penitenziaria sparpaglia e isola rivoluzionari e ribelli nei diversi gironi del sistema carcerario, impedisce ogni contatto con l’esterno e la presenza fisica degli imputati nei processi con l’uso della videoconferenza. Ma anche estende a tutti i prigionieri alcune prassi detentive che caratterizzano il regime 41 bis, tra tutte colloqui ridotti con divisori in plexiglass, censura sulla corrispondenza, chiusura delle celle.
Le procure dal canto loro, ricostruiscono la storia del movimento anarchico dividendo le pratiche rivoluzionarie in “accettabili” e “terroristiche”.

La forza del reame è la debolezza delle lotte. Un sistema che produce solo sciagure sociali, economiche, ambientali si regge sulla paura e ricorre ogni giorno di più al linguaggio della guerra.
Proponiamo quindi due settimane di mobilitazione dal 9 al 24 novembre.

IN SOLIDARIETÀ AI COMPAGNI E ALLE COMPAGNE SOTTO PROCESSO
CONTRO LA DIFFERENZIAZIONE E L’ISOLAMENTO CARCERARIO
PER RICORDARE I MORTI NELLE CARCERI
PER RISPONDERE AI NUOVI CONFINAMENTI E AL COPRIFUOCO

Perché la fiaccola della rivolta non si spenga mai e sempre nuove mani siano pronte ad afferrarla.
In un presente incerto – per noi, ma anche per i padroni – l’unica certezza è che resistere e contrattaccare è giusto.

CONTRO IL CARCERE E PER LA LIBERAZIONE DI TUTTI E TUTTE LE PRIGIONIERE

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No ai licenziamenti politici! Presidio di solidarietà – Udine – 19 ottobre

Riceviamo e diffondiamo esprimendo solidarietà al compagno colpito da questa vicenda!

No ai licenziamenti politici! Presidio di solidarietà – Udine – 19 ottobre

Il 10 febbraio scorso un compagno dell’Assemblea permanente contro il carcere e la repressione ha ricevuto la lettera di licenziamento dalla cooperativa sociale presso la quale lavorava da molti anni.
Federico è stato licenziato per rappresaglia, perché in questi anni ha continuato a difendersi dalle condotte autoritarie e a contrastare le logiche di dominio e sfruttamento di quelle organizzazioni che si dicono “laboratori di democrazia” ma che come tutti i padroni creano solo miseria e disperazione.
Lunedì 19 ottobre presso il tribunale di Udine, si svolgerà l’udienza a seguito dell’impugnazione del licenziamento, perché la cooperativa sociale Aracon lo ritiri.

L’appuntamento per un presidio in solidarietà a Federico, per chi vuole continuare a lottare e resistere contro la repressione, è davanti al tribunale di Udine, in Largo Ospedale Vecchio, lunedì 19 ottobre a partire dalle 10.30.

COOP SOCIALI E TERZO SETTORE = SFRUTTAMENTO E REPRESSIONE!

Assemblea Permanente contro il carcere e la repressione

Udine-Trieste, 12 ottobre 2020

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Mobilitazione in solidarietà con gli/le anarchici/che sotto processo | 9-24 Novembre 2020

Nei mesi autunnali saranno diversi i processi che coinvolgeranno centinaia di anarchici e anarchiche.
In queste inchieste PM e giudici vogliono processare l’ideale anarchico. Ridurre le differenti tensioni e pratiche in farraginosi schemi giuridici – come l’odiosa e patetica divisione tra un anarchismo “buono” e uno “cattivo” – ha lo scopo di reprimere con decenni di carcere chi lotta.
In un periodo storico in cui le condizioni di vita imposte sono sempre più dure è fondamentale lottare. Rispondere alla violenza dello Stato, al regime di oppressione che vorrebbe imporre e al tentativo di attaccare chiunque esprima solidarietà a chi ha già scelto da che parte stare.
Porteremo alle nostre compagne e ai nostri compagni vicinanza e complicità ma non solo nelle aule di tribunale: lanciamo due settimane di mobilitazione dal 9 al 24 novembre, un’occasione per creare momenti di solidarietà attiva nelle piazze, nelle strade e ovunque si voglia esprimere.

AL FIANCO DI TUTTE LE ANARCHICHE E GLI ANARCHICI SOTTO PROCESSO
CONTRO IL CARCERE E PER LA LIBERAZIONE DI TUTTI/E I/LE PRIGIONIERI/E

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DAL CARCERE DI TERNI: PROTESTA IN SOLIDARIETA’ AGLI ANARCHICI BEPPE E DAVIDE

DAL CARCERE DI TERNI: PROTESTA IN SOLIDARIETA’ AGLI ANARCHICI BEPPE E DAVIDE

Inizio di uno sciopero del carrello della durata di 2 settimane, dal 19 di Ottobre al 1 Novembre.

Stiamo assistendo da parte dello Stato ad un attacco su più fronti alle pratiche di solidarietà:

Viene colpito chi manifesta la propria solidarietà a prigioniere e prigionieri in lotta. Viene colpito chi dentro il carcere risponde alle provocazioni dei secondini e chi riceve solidarietà per le lotte intraprese. Viene colpito chi ha partecipato alle rivolte e alle proteste nelle carceri degli ultimi mesi, rivolte che in Italia hanno registrato 14 morti, con rappresaglie che vanno dai pestaggi e le sanzioni disciplinari fino ai processi con accuse in alcuni casi perfino di devastazione e saccheggio.

Durante l’emergenza Coronavirus e le rivolte lo Stato ha seppellito ancora di più noi detenuti/e in bare di cemento armato e sbarre, trattandoci come topi in una nave che affonda e isolandoci completamente dal mondo tagliando tutti i pochi ponti che ci collegavano con l’esterno. Le condizioni di vita nelle carceri italiane e il fuoco che cova costantemente sotto le ceneri unite a ciò che stava accadendo ha fatto in modo che la situazione diventasse a molti e molte insopportabile. Senza le rivolte delle persone recluse probabilmente oggi tutti noi saremmo di fatto completamente isolati nelle carceri, senza la possibilità di contatto con i nostri cari, con i nostri affetti, persino con i/le nostri/e avvocati/e.

Come anarchici non scordiamo le responsabilità dello Stato e della società capitalista: lo stile di vita consumista è la causa principale di questa pandemia che ha inasprito l’isolamento sociale, il razzismo, il patriarcato, tanto dentro le carceri che fuori di esse, così come lo sfruttamento sfrenato, l’inquinamento e l’avvelenamento che continuano a compromettere le possibilità di una vita degna per tutto questo pianeta.

Per tutti questi motivi rinnoviamo la nostra solidarietà a chi si ribella e che lotta, tanto dentro le carceri quanto nel mondo intero, e a tutte le individualità anarchiche indagate, prigioniere, quelle colpite da misure restrittive della libertà e a quelle latitanti, in special modo ora che dobbiamo affrontare i numerosi processi per terrorismo che sono la conseguenza della lotta anarchica portata avanti con passione e determinazione.

 

Per tutti questi motivi noi anarchici della sezione AS2 di Terni comunichiamo che cominciamo uno sciopero del carrello della durata di 2 settimane, dal 19 Ottobre al 1 Novembre per esprimere solidarietà all’anarchico Beppe, rinchiuso in maniera punitiva nella sezione protetti del carcere Pavia chiedendo che venga trasferito, e all’anarchico Davide Delogu, rinchiuso nel carcere di Caltagirone e sottoposto all’art. 14 bis per il suo atteggiamento ostile alla domesticazione del carcere, chiedendo che venga tolto dall’isolamento e revocato il regime detentivo vessatorio a cui è sottoposto da tempo.

 PER LA DIFESA E LA PROPAGAZIONE DELLE PRATICHE DI SOLIDARIETA’

PER L’ANARCHIA!

Carcere di Terni, sezione AS2, Settembre 2020

(data di invio della lettera: 23/09/2020)

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CPR DI GRADISCA: L’ITALIA DEPORTA PERSONE ARRIVATE IN BARCA A LAMPEDUSA DA GRADISCA + MANCATO SOCCORSO + MINACCIA DI TRASFERIMENTO A PONTE GALERIA

Con richiesta di massima diffusione:

CPR DI GRADISCA: L’ITALIA DEPORTA PERSONE ARRIVATE IN BARCA A LAMPEDUSA DA GRADISCA + MANCATO SOCCORSO + MINACCIA DI TRASFERIMENTO A PONTE GALERIA

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PESTAGGI E FERITI NEL CPR DI GRADISCA – notte 14/08

Riceviamo e riportiamo, con richiesta di massima diffusione:

PESTAGGI E FERITI NEL CPR DI GRADISCA – notte 14/08

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SITUAZIONE INSOSTENIBILE: CHIUDERE SUBITO IL LAGER!

Riceviamo e diffondiamo:

SITUAZIONE INSOSTENIBILE: CHIUDERE SUBITO IL LAGER!

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Vittima della violenza dei carabinieri di Piacenza internato in CPR

Quella che segue è la storia di H. rinchiuso nel CPR di Gradisca dal 12 luglio. Una storia  emblematica di come il sistema del rimpatrio e della detenzione amministrativa in Italia sia in realtà un tritacarne di vite umane. Questa storia però ha qualcosa di diverso dalle altre, perché si intreccia con l’inchiesta sui carabinieri della caserma Levante di Piacenza.

Come riportato in numerosi articoli di stampa facilmente reperibili online, H. viene fermato nell’ottobre 2017 in un parco della sua città assieme alla sua ragazza, e viene portato nella caserma dei carabinieri. La città è Piacenza, la caserma quella di Levante, salita agli onori delle cronache perché lì dentro i carabinieri tenevano le fila del traffico di droga della città, torturavano e arrestavano illegalmente.

Secondo quegli articoli, H. viene arrestato dai carabinieri, che lo riempiono di botte (e ora per questo sono indagati) e gli mettono dell’hashish in tasca, accusandolo di spaccio. I carabinieri di Piacenza possono così vantare l’arresto di uno spacciatore, e H. a causa di quei fatti finisce in carcere per quattro mesi.

Poco dopo essere scarcerato, il 12 luglio scorso, viene portato nel CPR di Gradisca. Viene tenuto in isolamento per settimane in una cella senza nemmeno un materasso su cui dormire. Si ritrova con una grossa cisti in testa, vorrebbe essere visitato da un medico, ma le sue richieste rimangono inascoltate. Minaccia di tagliarsi la cisti con un rasoio: “almeno così mi porteranno in ospedale”, dice.

Il 4 agosto H. viene portato dal Giudice di Pace che deve convalidare il rinnovo del trattenimento nel CPR emesso dal Questore di Gorizia. È fiducioso, nel frattempo la verità è venuta a galla e se ne parla su tutti i media. Ma il buon senso, la ragione e la giustizia non abitano in quel tribunale. Da quando il CPR di Gradisca è stato aperto gli avvocati degli internati ci hanno segnalato numerosi casi di persone che avrebbero potuto o dovuto essere liberate, ma sono state costrette a rimanere rinchiuse, perché il giudice La Licata convalida quasi sempre i trattenimenti. Per H. sentenzia 45 giorni di trattenimento.

Lui non si capacita della cosa, durante la notte sale sul tetto di una struttura dentro il CPR, circondato da decine di agenti che lo inseguono. Poi scivola, cade giù, si frattura una mano. Passa molte ore a urlare dal dolore, ma non viene portato in Pronto soccorso, e la sua avvocata è costretta a telefonare e insistere perché venga visitato in ospedale.

H. nel CPR non dovrebbe starci, così come non dovrebbero starci tutti gli altri reclusi; lui, in più, è parte lesa e dovrà testimoniare al processo di Piacenza.

Purtroppo tutto questo avviene quando i fatti di quella caserma dei carabinieri sembrano già dimenticati, mentre manipoli fascisti irrompono in Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, il quale asseconda le loro richieste azzerando i fondi destinati all’integrazione delle persone straniere, e sui social si invocano i forni crematori per le persone che precise scelte politiche assembrano a centinaia dentro caserme dismesse, per poi denunciare a gran voce il pericolo dello straniero untore.

Noi però non dimentichiamo, la storia di H. è scritta nero su bianco, nessuno potrà dire di non sapere. Se H. verrà deportato contro la sua volontà nel suo Paese d’origine, se gli succederà qualcosa dentro al CPR, se non verrà liberato, ci ricorderemo che lui era testimone e parte lesa in un processo che ha tra gli imputati dei cosiddetti servitori dello Stato.

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DEPORTAZIONI DAL CPR E NUOVI VIDEO DA DENTRO – Aggiornamenti del 30.07.2020

Riceviamo e diffondiamo

DEPORTAZIONI DAL CPR E NUOVI VIDEO DA DENTRO – Aggiornamenti del 30.07.2020

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REPRESSIONE E BOTTE ORA AL CPR – AGGIORNAMENTI DEL 26 LUGLIO 2020

Al Cpr di Gradisca negli ultimi giorni ci sono stati altri incendi e molti dei reclusi hanno subito una repressione molto violenta. Uno di loro è stato allontanato per essere picchiato e ed è stato costretto a dormire su una rete di ferro senza materasso.

In seguito a questo ennesimo episodio di violenza da parte dei poliziotti, la quasi totalità dei reclusi delle zona Blu del Cpr, una cinquantina di persone, è entrata in sciopero della fame.

Ci raccontano che le f.d.o. hanno punito quasi tutti gli scioperanti con botte pesantissime: un ragazzo tunisino, in particolare, è stato portato all’ospedale e nel corso della mattinata sono arrivate almeno due ambulanze per altri detenuti a cui è toccata la stessa sorte.

Da quello che ci raccontano dall’interno del centro, le telecamere sono state oscurate, per non far rintracciare alcuna prova dei fatti, e le persone sono state portate in un luogo isolato prima di essere picchiate.

Riceviamo delle foto che testimoniano quanto accaduto, ma ci viene chiesto esplicitamente di non pubblicarle per non mettere in pericolo le persone coinvolte e per non far preoccupare ulteriormente le loro famiglie.

M., un ragazzo egiziano è stato picchiato dalle guardie in seguito agli incendi poi si è autolesionato per protesta.

Un altro ragazzo egiziano da due settimane soffre di un fortissimo mal di denti, ma non ha ancora ricevuto alcuna assistenza medica.

Ci raccontano poi che quando Orgest Turia è morto in CPR e H. è andato in terapia intensiva, i quattro compagni di cella e testimoni sono stati trattenuti in una stanza per 24 ore senza cibo. Uno di loro è stato buttato a terra e preso a calci perché aveva osato uscire dalla cella per andare in bagno senza chiedere permesso.

Recentemente, è diventato più pericoloso filmare quello che avviene dentro il CPR e inviarlo fuori.

In generale, i detenuti ci parlano di condizioni esasperanti e di trattamenti mai subiti, nemmeno in carcere, per chi di loro ci è stato. Molti di loro non riescono a dormire, né a mangiare. Gli incendi per protesta sono all’ordine del giorno e molti di loro finiscono per respirare molto fumo e stare male anche per questa ragione. Stando a quanto ci raccontano, le conseguenze per gli atti di protesta sono quasi sempre pestaggi da parte delle guardie del centro e vari atti intimidatori, tra cui denunce per resistenza a pubblico ufficiale o danneggiamento.

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FINE DI UNA TRAGEDIA, CON UN ARRESTO E CON UN ESTINTORE APERTO SUL VOLTO DI UNA PERSONA

Scriviamo quest’articolo per spiegare la tragedia che sta dietro all’arresto di un recluso nel CPR di Gradisca, apparso ieri su un quotidiano sotto l’ignobile sottotitolo «Lì dentro delinquenti ex carcerati». Invitiamo a leggere fino in fondo e diffondere. Ci troviamo ormai senza parole per descrivere quanto la realtà dentro i CPR venga storpiata dai media, che, descrivendola attraverso la voce di poliziotti o altre persone di parte, assumono un ruolo essenziale nella costruzione di un immaginario falso attorno al lager e alle persone recluse, legittimando quindi la sua esistenza e concimando il razzismo più becero.

Cos’è successo?

I reclusi ci raccontano che da alcune settimane sono entrate molte persone nel CPR “appena arrivate in Italia” e che non parlano italiano. Da alcuni quotidiani locali leggiamo che si potrebbe trattare di persone in arrivo dalla rotta balcanica, da dentro invece ci dicono che vengono da Lampedusa.

Tra questi c’era R. un ragazzo egiziano, ora in arresto. Molti detenuti ci parlano di lui da giorni, preoccupati per la sua sorte. Finora non siamo riuscite a riportare le loro voci riguardo a questa storia, perché nel frattempo nel CPR è morto Orgest Turia e il suo compagno di cella, H., è stato salvato in extremis. H. ora si trova in ospedale, ma vogliono rinchiuderlo di nuovo dentro il CPR, contro la sua volontà e quella di tutti i familiari, che sono certi che non mangerebbe niente se entrasse, per lo shock e la paura che gli succeda un’altra volta la stessa cosa.

Torniamo a R. Da quello che ci raccontano, R. è uscito dalla zona di quarantena verso l’11 luglio, non parlava italiano, era appena riuscito ad arrivare in Italia ed era molto stressato per due ragioni: gli era stato tolto il cellulare e aveva un forte dolore ai denti ma, a quanto ci dicono, le sue richieste non venivano ascoltate.

Ci dicono che il 15 luglio R. inizia a protestare vivacemente e che per questo gli viene finalmente data attenzione, ci riferiscono che gli viene detto che verrà avvisato il capo e quindi lui aspetta questo colloquio.

Il colloquio però non sembra arrivare. Tra il 16 e il 18 luglio, ci raccontano che nella sua cella scoppiano dei piccoli incendi, in cui lui si brucia un braccio. Ci dicono che viene denunciato per danneggiamento e gli altri detenuti continuano a dire che lui non deve stare lì, che non ha senso perché è appena arrivato in Italia e che ha bisogno del suo cellulare.

Il 19, durante il giorno, la rabbia di R. esplode, ci raccontano che si trova nella cella con gli altri reclusi, mentre gli operatori e i militari si trovano protetti dall’altra parte delle sbarre. Nei video di quei momenti si sente chiaramente qualcuno tra questi ultimi che gli dice “Adesso ti arriva il telefono, va bene? […] se io ti prometto qualcosa la mantengo va bene?”; i reclusi vicini a R. invece cercano di tranquillizzarlo: “Non ti preoccupare, va bene”, sanno che R. è psicologicamente instabile per la situazione in cui si trova. Ripetono che R. sta impazzendo e che ha iniziato anche a dormire fuori, per terra.

Ci raccontano che nelle prime ore del 20 luglio nella stanza di R. scoppia un nuovo incendio. Altri reclusi si svegliano e qualcuno esce dalla cella per il fumo. A quel punto, da quello che ci raccontano, un operatore aziona l’estintore sul volto di M., un altro recluso, che perde i sensi e viene trasportato in Pronto soccorso assieme ad altri. Ora sono tutti arrabbiati: pensano che M. ha rischiato la vita e che R. non doveva stare lì, ormai non stava più psicologicamente bene. R. non deve stare nemmeno in galera, dove si trova ora.

Con la rabbia in corpo, perché abbiamo sentito un’altra storia ingiusta, perché vogliono riportare H. in CPR oggi, perché il CPR esiste, ma anche per la complicità più squallida dei media, ripetiamo: che i muri di quel lager possano crollare!

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DI BOTTE, DI FARMACI E DI MORTI AL CPR DI GRADISCA

18/07/2020

6 mesi dalla morte di Vakhtang, 4 giorni dalla morte di un’altra persona.

DI BOTTE, DI FARMACI E DI MORTI AL CPR DI GRADISCA

Anche questa volta, la prima versione della notizia della morte di un giovane di 28 anni nel CPR di Gradisca è quella di una rissa tra detenuti, seguita poi dalla versione più in voga al momento: la morte per overdose.

Fino a prima della lunga serie di rivolte dei detenuti nelle carceri italiane del marzo scorso, una delle versioni preferite da polizia e quindi dai media era “edema polmonare”, così per Stefano Cucchi, così per Vakhtang Enukidze, entrambi morti in seguito ai pestaggi dei loro carcerieri, nonostante il capo della polizia Gabrielli abbia trovato “offensivo” il paragone.

Le sommosse di marzo in oltre trenta carceri italiane vengono sedate al prezzo di 14 morti sul groppone dello Stato – i secondini circondano le carceri armi in pugno, a Modena i parenti hanno riferito di aver sentito distintamente spari – che si affretta a a comunicare che i decessi sono stati causati “per lo più” da overdose di psicofarmaci e metadone. Da quel momento è un continuo. Solo per rimanere qui da noi, il 15 marzo scorso dentro il carcere di via Udine muore Ziad, un prigioniero di 22 anni a seguito della somministrazione di metadone e psicofarmaci in dosi eccessive, una settimana fa muore nel carcere del Coroneo di Trieste Nicola Buro, ufficialmente per arresto cardiaco, “che potrebbe essere stato causato da un abuso di farmaci”.

Ora è toccato a un uomo albanese rinchiuso al CPR di Gradisca, morto tre giorni fa, quando anche a un suo compagno di stanza, poi ricoverato, stava per toccare la stessa sorte.

Si scatena subito tra i soliti media locali la gara a riportare la versione che dipinga al meglio la prefettura: prima una rissa, poi ogni sforzo viene devoto a creare l’immagine dei detenuti-tossici (si sa, il posto dei tossici dovrebbe essere la galera) e dello smercio di sostanze all’interno del CPR. Il Prefetto Marchesiello dice che va tutto bene e sotto controllo (e ci mancherebbe, tanto i migranti posso andarsene quando vogliono, come diceva a gennaio in un’intervista), la sindaca DEM Tomasinsig constata con la consueta retorica democratica che “in quella struttura ci sono numerose persone con alle spalle una storia di problemi psichici, o di dipendenze” (quindi è normale che finiscano dove sono), un ex dipendente del vecchio CIE racconta che “c’è chi ricorre ai farmaci puramente per “sballarsi” ed ammazzare il tempo” (tanto non hanno altro da fare) e, ciliegina sulla torta, la testimonianza anonima di un esperto poliziotto che parla di “sotterfugi”, “favori tra detenuti” e “mercati interni”. Al giornalista naturalmente sfugge il fatto che ognuna di queste figure è interessata e parte attiva del mantenimento del campo di deportazione di Gradisca.

Il punto non è se e quanti psicofarmaci ogni detenuto assume, il loro utilizzo non è mai stato un “mistero” all’interno delle strutture di reclusione.

Il problema semmai è l’esistenza di istituzioni totali di reclusione e annientamento quali sono le carceri e i CPR, con il loro portato di violenze, umiliazioni, abusi e morte.

Galere e CPR sono accumunati dall’uso di metodi “soft” come la somministrazione di farmaci, spesso all’insaputa dei detenuti o in dosi sproporzionate, utili alla sedazione di quegli individui più inclini a rivoltarsi.

Non ci stanchiamo di ripetere che tutto questo è materialmente realizzabile non solo grazie alla locale Prefettura, all’esercito e alle varie guardie in tenuta antisommossa sempre pronte a picchiare duro ad un fischio dei secondini-operatori della Cooperativa EDECO (ormai con tre morti nel pedigree, non si dimentichi Sandrine Bakayoko morta a Conetta nel 2017), ma anche grazie agli/le infermeri/e, alle operatrici legali, e tutti quei collaboratori indispensabili al funzionamento del lager.

Infine due parole sulla cosidetta Garante comunale dei detenuti Giovanna Corbatto: la notizia della sua visita al CPR viene diffusa su tutti i media diversi giorni prima della data da lei concordata con la Prefettura, quando – dato il suo ruolo – sarebbe potuta entrare nel CPR senza preannunciarsi, verificando così meglio le reali condizioni del campo. Di sicuro in questo modo non potrà vedere il sangue che ricopriva il cuscino e il pavimento vicino al letto sul quale è morto l’uomo albanese, e che i suoi compagni di cella volevano fosse visto, come non potrà vedere molti altri particolari non ripresi dagli “occhi” della videosorveglianza.

Ai rinchiusi/e va la nostra solidarietà.

Che i muri di tutti i CPR possano cadere!

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Quello che sappiamo del ragazzo morto a Gradisca – video

Riceviamo e diffondiamo:

Quello che sappiamo del ragazzo morto a Gradisca – video

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MORTE NEL CPR DI GRADISCA

Riceviamo e diffondiamo la notizia della seconda morte nel CPR di Gradisca.

Ci dicono che un ragazzo albanese è rimasto senza vita e che un ragazzo marocchino al momento è ricoverato in terapia intensiva nell’ospedale di Gorizia. Circolano varie versioni dei fatti.

Durante il primo pomeriggio ci sono state rivolte nella zona rossa del CPR; la notizia della morte si sta diffondendo tra le varie zone della struttura, da dove ci raccontano che nella zona rossa è stato bruciato un materasso.

Nella zona blu, quella dove si trovavano i due ragazzi, sono stati sequestrati tutti i cellulari.

Quello che sappiamo con certezza è che, dopo solo sei mesi dalla morte di Vakhtang, un’altra persona ha perso la vita all’interno di questa atroce struttura.

CHE TUTTI I CPR CHIUDANO SUBITO!!!

(Di seguito un video-testimonianza giuntoci dall’interno qualche ora fa)

Diffondete il più possibile!!

https://www.facebook.com/nocprfvg/

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Violenza nel CPR: manganellate, autolesionismo e censura – video

Riceviamo e diffondiamo:

Ciao a tutt*,

scriviamo per comunicare che al CPR di Gradisca nell’ultima settimana ci
sono stati dei pesanti atti di autolesionismo che, secondo quanto ci
raccontano, sono seguiti ad un pesante sopruso. Da quanto ci raccontano
quest’episodio ha portato a delle conseguenze fisiche per la persona
coinvolta che durano tutt’ora, nel silenzio dei media.

Invitiamo quindi tutt* ad una diffusione di questa notizia:

https://nofrontierefvg.noblogs.org/post/2020/07/12/ordinaria-violenza-del-cpr-manganellate-e-autolesionismo-video/
https://www.facebook.com/nocprfvg/photos/a.510550989419235/929065827567747/

Assemblea no CPR no frontiere

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Carcere di Udine – Astensione dal vitto scadente

Riceviamo e diffondiamo:

Buongiorno,
diamo diffusione di una nuova lettera giunta alla casella postale “Ass. Senza Sbarre” (cp 129 – 34121 Trieste) e firmata da 22 detenuti, i quali desiderano che essa venga divulgata con la ricezione più ampia.
Ci siamo riservat* di rivelare i nominativi ed altri dettagli che potrebbero permettere di risalire alla identità dei detenuti in protesta, all’unico fine di tutelarne, per quanto possibile, l’incolumità.
A nostro parere è un documento importante principalmente perché testimonia di uno spirito vivo di iniziativa, collettiva e autonoma, di alcuni prigionieri. Per questo crediamo che meriterebbe di essere portato a conoscenza non solo di militanti e interessat*, ma di un più ampio pubblico. Grazie

Cordiali saluti

Assemblea permanente contro il carcere e la repressione

Udine-Trieste, 9 luglio 2020

 

Udine, giugno 2020

Alla attenzione dell’Associazione “Senza sbarre”

Noi detenuti del carcere di via Spalato […] dichiariamo che è da mesi che ci lamentiamo per la piccola quantità di cibo che viene distribuita, e anche, altra cosa grave, che alcuni di noi hanno portato in visione all’ispettore di turno cibo crudo, cibo scaduto e maleodorante.
Non solo: alcuni detenuti hanno trovato nel loro piatto di spinaci e gnocchi anche scarafaggi morti. Tutto questo lo lamentiamo da mesi, e anche veniva portato in visione il mangiare scaduto e avariato ad un ispettore di turno, e lui lo segnalava anche, ma continua tutt’ora lo stesso; addirittura persone che hanno avuto problemi alla pancia, chi vomito ed alcuni, più fortunati, si astengono al ritiro del vitto. Ma chi non può purtroppo farlo, deve avere la fortuna di farcela, quanto meno avere culo, che alcune volte [il vitto] arriva in condizioni discrete, ma sempre cibo scaduto e con forti odori, tipo pesce, uova, e sughi con pasta cruda, e sughi non cotti bene.
Purtroppo tanti di noi abbiamo reclamato ed alcuni non ritirano più il vitto, poi troviamo fuori dalle porte della cucina molti scarafaggi, che vengono poi anche trovati negli spinaci e nelle zuppe di verdura.
Poi i continui nidi di scarafaggi, formiche, piccoli topi e addirittura scorpioni, che fuoriescono dai lavabi, bagno, wc, doccia. Siamo invasi da ogni forma di insetti che portano malattia, non c’è igiene nelle celle, sono muri sporchi, bagni con muffa e privi di aerazione, non c’è sanificazione di nessun genere, gente malata che ha problemi igienici sanitari. […]

Seguono 22 firme

[…]
Noi siamo quelli che aderiamo con voi
[…]
Gli amici di via Spalato
[…]
Grazie

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SCIOPERO DELLA FAME, AUTOLESIONISMO E TENTATE RIVOLTE NEL CPR DI GRADISCA

Loro mi hanno cambiato la vita e la testa. Ti fanno andare fuori di testa. Rovinano la gente, ti fanno cose brutte […]. Vedo alla telecamera mia madre e piange, la mia compagna e piange, tutti stanno male per me. […] Vedo solo brutto ormai, faccio una cosa brutta, sono stufo, non ce l’ho più la forza”.

A parlare è un giovane ragazzo, chiuso nel CPR di Gradisca, papà di una figlia da 4 mesi che non è mai riuscito a vedere, non è nemmeno mai riuscito ad avere colloqui di persona con la compagna. Da 3 giorni è in sciopero della fame con altre persone nel CPR di Gradisca, chiedono la loro liberazione immediata, perché non c’è nessuna ragione per cui siano tenuti lì dentro. “Non voglio più mangiare, voglio morire, mi hanno fatto male per niente”, dice un altro. Le voci dei reclusi ripetono di stare male, di non avere indumenti per cambiarsi di essere trattati come ratti e raccontano dei continui autolesionismi e accessi in pronto soccorso. Stanno sempre chiusi in gabbia, al caldo, alcune volte ci sono dei piccoli incendi, come l’altro ieri sera, e questi vengono presto bloccati.

Dopo mesi di Covid i rimpatri sono fortunatamente ancora bloccati, ma posti atroci come il CPR di Gradisca continuano esistere. Dentro ci finisce chiunque capiti sotto tiro nel momento sbagliato, purché migrante e con problemi nei documenti. Tra le persone con cui abbiamo parlato c’è chi ci è capitato dopo essere andato in questura a sollecitare la residenza, chi perché ha ricevuto un controllo per strada , chi perché uscendo dal mese di prigione si trova una camionetta ad aspettarlo, a differenza dei compagni di cella italiani.

Storie il cui senso può essere visto solo nella macchina del ricatto usata per lo sfruttamento della mano d’opera migrante e di cui il cpr ne è un ingranaggio punta. Perché nel piccolo e nel personale di ognuna di queste storie, un senso logico non c’è. Benché si cerchi di dipingere i reclusi come criminali si tratta di persone che per sfiga vengono inviate ad impazzire nel CPR, un posto inaccettabile, inattaccabile, ignifugo, senza socialità, dove le persone vengono chiuse in gabbie senza poter uscire mai e dove spesso non gli rimane che tagliarsi letteralmente il corpo dal dolore. Se poi vengono anche davvero deportate nel paese d’origine, allora per molte, che ormai hanno una vita in Italia, nel migliore dei casi è come se un mondo intero gli crollasse addosso.

Giù le mura di tutti i cpr, che crollino le mura del cpr di Gradisca!!

La foto è recente, è il braccio di uno dei detenuti nel cpr di Gradisca, una delle tante braccia tagliate lì dentro.

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Lettera dal carcere di Udine

Riceviamo e diffondiamo:

LETTERA DAL CARCERE DI UDINE
Mentre vi inviamo le seguenti righe – che a nostro parere sono degne di
essere diffuse, perché forniscono una visione, semplice e schietta, di quale
sia la realtà di chi ha la sventura di trovarsi nelle mani del Ministero di
Giustizia in periodo di pandemia – giunte alla nostra casella postale qualche
giorno fa, abbiamo saputo che due di noi sono sotto procedimento penale per
«istigazione a delinquere» e «diffamazione», accuse rivolte anche sulla base
di interventi al microfono e di un’intervista rilasciata alla web radio
“Radiazione”, in occasione di un presidio sotto il carcere di Udine, nel
dicembre scorso .
Queste accuse rispecchiano l’attualità della vocazione autoritaria contenuta
nelle norme del vigente codice penale fascista, come anche nel precedente
ordinamento liberale: strumenti sempre utili nel tentativo di criminalizzare il
dissenso e le lotte e, in poche parole, di provare a fermarle con procure,
tribunali, multe e carceri.
Ribadiamo semplicemente che queste intimidazioni non ci fermano nel dare
voce ai prigionieri.
Assemblea permanente
contro il carcere e la repressione
Udine-Trieste, maggio 2020
––––––––––––––––––––––––––––––
Ciao amici,
[…] In quanto al resto, alcuni giorni fa ci hanno fatto il tampone, uno solo,
e dopo alcuni giorni un sovrintendente dell’istituto annunciava al microfono
che eravamo tutti negativi al tampone… E non solo:
circa 15 giorni fa un
detenuto, che però non si è visto, era in isolamento perché si pensava
dai sintomi che avesse il virus. E poi un detenuto ha visto arrivare
un’ambulanza, cioè operatori del 118 con il camice, e portare via questa

persona, che però noi non sappiamo chi fosse.
Qua ci nascondono tutto. Anche per paure di rivolte e comunque volevo anche
dirvi che, al di fuori delle 2 ore alla mattina e delle altre 5 ore il pomeriggio,
cioè dalle 13.00 alle 15.00, dalle 15.00 alle 17.50, dopodiché il restante delle
ore siamo chiusi.
Questo di essere chiusi in cella è già da 30 giorni, subito
dopo il giorno che succedette la rivolta. Trovo ingiusto che ancora da
allora tutti siamo rinchiusi in questi piccoli spazi di pochi metri quadri.
[…] Nella cella, di pavimento calpestabile abbiamo 90 cmq, meno della
distanza di sicurezza.
[…]
Sono prigioniero di questa cupola di bugiardi in cerca di istigarti a farti
morire
[…]
Qua non funziona nulla, è una cupola tra avvocati, giudici, magistrati,
assistenti di alto grado. La comandante bugiarda, la direttrice non si è vista
mai, lo stesso per la dirigente sanitaria […] completamente sparita, non più
vista. Dovete aiutarci e aiutarmi spingendo, pubblicando come avete sempre
fatto su tutti i media. La devono smettere di abusare, maltrattare, solo perché
hanno una divisa e perché, essendo qua dentro, nessuno viene a conoscenza
di cosa succede, e di come siamo sistemati in cella, e come si conservano il
loro stato.
[…]
Il magistrato di sorveglianza di Udine […] e il […] giudice di sorveglianza
di Trieste devono passarsi una mano sulla propria coscienza e fare
uscire le persone, non farle loro prigioniere. Qua la maggior parte dei
detenuti sono di piccoli reati, poi se hanno i requisiti falli uscire.
Bisogna che voi mi aiutate a segnalare che il personale è stato
contagiato, un medico, un assistente, e poi ho sentito di un detenuto
contagiato di Covid-19. Qua ci nascondono tutto, ci tengono all’oscuro.
[…] Da qua non è uscito nessuno con il decreto: un solo detenuto.
Tenetemi aggiornato. Vi abbraccio
Carcere di Udine, aprile 2020
Firma

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Nicole ed Elena dal carcere di Piacenza

Condividiamo una lettera dal carcere di Nicole ed Elena, due delle persone arrestate la settimana scorsa a Bologna in una spudorata operazione repressiva di cui abbiamo parlato qualche giorno fa.

Elena, Leo, Zipeppe, Stefi, Nicole, Guido, Duccio, Martino, Otta, Angelo, Emma, Tommi liber* subito!!!

Lettera pervenuta alla Cassa Antirepressione delle Alpi Occidentali

Carcere di Piacenza, 15 maggio 2020

Grazie a tutti voi!

Grazie per il kit di buste e bolli!

Io (Nicole) ed Elena siamo in AS3. Siamo arrivate alle 11.30 circa del 13 Maggio, dopo un primo passaggio in una tenda posta esternamente per misurare la temperatura corporea alle nuove detenute, siamo state messe in isolamento sanitario per 15 giorni (celle singole ma adiacenti). Non possiamo accedere alla palestra e alla biblioteca, dopo che c’eravamo state per 2 giorni, causa emergenza Covid e nostro isolamento. Dopo tale misura non saremo più potenziali veicoli di infezione… dopo una nostra incazzatura ci hanno dato 4 libri e ci stanno preparando il regolamento interno (è dall’ingresso che lo chiediamo)… vedremo.

Abbiamo 2 ore d’aria al dì, da fare separatamente dalle altre sempre per emergenza Covid e quindi le facciamo assieme (con mascherina) alle 12-13 e 15-16.

Come saprete qui c’è anche Natascia che al momento riusciamo a vedere solo di striscio quando attraversiamo il corridoio, ma i suoi sorrisi sono stati e sono fondamentali. Speriamo di poterla abbracciare presto. Oggi abbiamo avuto l’interrogatorio e ci siamo avvalsi della facoltà di non rispondere. Eravamo in videoconferenza insieme a tutti gli altri.

Lunedì vedremo gli avvocati. Di ieri la notizia che dal 19 c.m. al 30/06 riprenderanno i colloqui visivi e saranno mantenuti i colloqui via Skype.

Questa operazione (che ci pare aver capito chiamata “RITROVO”?) ha quali capi di imputazione l’ormai noto 270 bis e 270 bis1 (aggravante) per 11 su 12, istigazione a delinquere tramite articoli, volantini e manifesti con l’aggravante dell’uso di strumenti informatici – Tribolo.noblogs.org e la piattaforma roundrobin.info -; danneggiamento di un Bancomat BPER nel corso di una manifestazione non autorizzata il 13/02/2019; imbrattamento e deturpamento con vernice spray su edifici a Modena e Bologna con scritte comparse dal dicembre 2018 ad oggi per tutti. Incendio, per uno degli imputati più altri allo stato da identificare, ai ponti ripetitori delle reti televisive in via Santa Liberata (Bo) nella notte tra il 15 e il 16/12/2018.

Che dire?… “la commissione dei reati – fine […] non è necessaria” (cit. pag.21 ordinanza)… forse l’ennesimo tentativo dopo Outlaw e Mangiafuoco – finite in una bolla d’aria – di chiudere la bocca a chi “odia gli sfruttatori” (cit. pag.20 ordinanza)? E cosa più importante non ne fa un mistero ma lo urla al mondo. L’ordinanza porte il timbro del 6 marzo. Ci chiediamo se questi miseri esseri senza qualità abbiano deciso di rimandare il nostro arresto al 13 Maggio per risparmiarci l’ingresso in carcere nel pieno dell’emergenza Covid19 o se lo abbiano fatto per evitare in quel periodo ulteriori presenze scomode e ribelli nelle gabbie di Stato. La risposta viene da sé. Medici e guardie, fusi in un corpo unico qui come altrove, si rivendicano la loro «scelta di vita». I medici in particolare, incalzati dalle nostre domande provocatorie sul loro ruolo durante la prima visita, hanno fieramente sostenuto di svolgere il loro lavoro per la tutela della salute delle persone in galera.

A conti fatti, visti i morti e i malati di e in carcere, non possiamo che concludere e urlargli in faccia che il loro lavoro lo fanno decisamente male nonché in completa armonia con le guardie.

Non può esistere in luoghi del genere, la tutela della salute delle persone, per ciò che questi luoghi sono e rappresentano. L’unica sicurezza è la libertà per tutte e tutti.

Volevamo ringraziare tutte quelle persone che ci hanno fatto sentire la loro vicinanza con i telegrammi, tanti; forse dall’esterno sembra una sciocchezza ma qui ci hanno scaldato il cuore e lo spirito. Il nostro pensiero va, in primis, a Stefy poiché è l’unica tra noi sola nel carcere di Vigevano e a tutti i nostri amici e compagni di lotta a Ferrara e Alessandria, a quelli raggiunti da obbligo di dimora nel Comune di Bologna e alle compagne e ai compagni fuori che continnuano a lottare insieme a noi.

Nicole e Elena

 

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