UNA VITA IN GABBIA

“Sessanta metri quadrati di cielo in una gabbia di ferro e cemento che la calura estiva rende ancora più soffocante. È tutto ciò che gli immigrati trattenuti nella struttura gradiscana riescono a vedere del mondo che sta fuori dal CIE”. Questa la testimonianza di una giornalista friulana, ammessa ieri mattina a visitare il lager di Gradisca dopo quattro anni di chiusura totale alla stampa.

24 le persone attualmente detenute, molti i casi di persone diventate improvvisamente “clandestine” per aver perso il lavoro o perché i padroni non hanno pagato regolarmente i contributi. Condizioni di vita peggiori di quelle carcerarie, assistenza sanitaria praticamente inesistente, lenzuola che non vengono mai cambiate (ma fino a due mesi fa in alcune camerate mancavano persino i materassi), cibo immangiabile, docce che non funzionano e condizioni igieniche precarie… questo è quanto emerge dalle testimonianze dei prigionieri.

Intanto lo Stato versa giornalmente alla Connecting People una quota di 42 euro per un minimo contrattuale di 123 reclusi (anche se sono solo 24).

Dalla prossima settimana il lager potrebbe tornare a riempirsi: dopo i lavori di ristrutturazione la “zona blu” potrebbe “accogliere” 136 persone, prossimo l’inizio dei lavori nella “zona verde”.

La Questura di Gorizia, vantandosi della propria efficienza, ricorda che dal 2006 ad oggi sono stati effettuati oltre 1500 “rimpatri” da Gradisca. Un triste primato…

 

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